Domenica, 02 Febbraio 2014 13:19

Inventio Fortunata In evidenza

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Re Artù scoprì l'America? La domanda può apparire bizzarra, così come la storia che ci condurrà a questa conclusione azzardata che è degna della trama del Nome della rosa, con tanto di francescano con l'astrolabio e libri perduti.
Libri, perché in questa storia compaiono non meno di tre libri perduti, il più influente dei quali è stato scritto nel periodo che ci interessa, alla metà circa del trecento.
Tuttavia, per capire meglio tutta la vicenda occorrerà partire quasi dalla fine, ossia dal 1577.
È il 20 di aprile, l'Inghilterra è tutta un fermento; si fondano nuove imprese commerciali, si progettano spedizioni lungo le coste del pacifico. Si cerca in ogni modo di contendere alla Spagna il monopolio del nuovo mondo, una guerra che non si combatteva solo sui mari ma anche a mezzo stampa.
Mentre Drake si apprestava a circumnavigare il globo, Walter Raleigh gettava le basi per una colonia nel nuovo mondo e Frobisher era impegnato a cercare il mitico passaggio a nordovest, Richard Hakluyt iniziava il suo lavoro di ricerca per minare le pretese di monopolio di Spagna e Portogallo su quelle terre per diritto di scoperta.
In questo clima John Dee, astrologo di corte, scrive una lettera a Gerard de Cremer: è vero, chiede Dee, che esistono documenti in grado di dimostrare che gli inglesi scoprirono il nuovo mondo prima degli spagnoli?


La risposta di Gerard de Cremer non si fa attendere: sì è vero, risponde il geografo e giù a citare le fonti attraverso gli appunti che aveva raccolto per la compilazione della sua mappa.
Lasciamo allora che sia Mercatore, il fondatore della geografia moderna, ad affondare tutte le certezze storiche di quanti, perfino oggi, credono che Colombo scoprì il nuovo mondo nel 1492.
Mercatore s'imbatte in un libro intitolato Itinerarium scritto nel 1364 da un suo connazionale, tale Jacobus Cnoyen - ovvero Jakob Knox. Nel libro, l'autore parla dei suoi viaggi e di come nel 1360, alla corte del Re di Norvegia, incontrò un gruppo di persone, tra cui due frati, che sostenevano di essere i discendenti di un'antica spedizione nel nuovo mondo. Uno dei frati, inoltre, gli mostra un astrolabio dicendogli che era un dono del francescano che per primo visitò quelle terre e le descrisse in un libro intitolato Inventio Fortunata che regalò a Edoardo III.
Mercatore continua, approfondendo la natura di quest'antica spedizione, e aggiunge dettagli, anche se non è chiaro se citi ancora da Cnoyen o citi direttamente da un altro libro, Gestae Arthur.
Fu niente di meno che Re Artù a guidare non una ma due spedizioni nei mari del nord. Dalla prima quattromila persone non fecero ritorno, spinti via dalle correnti. C'è pure tanto di data: 3 maggio 530. La seconda spedizione invece è datata al 18 giugno dell'anno successivo e avrebbe compreso 12 navi con 1800 uomini e 400 donne. Mercatore avrebbe voluto essere ancora più preciso ma, miseria ladra, aveva restituito il libro a un suo amico (presumibilmente Abraham Ortels) e quando glie lo aveva chiesto di nuovo, lui si era scordato a chi altri lo avesse prestato. Questi però erano gli appunti che aveva preso e che compaiono riassunti sulla sua mappa del 1569 e sulla mappa di Ortelio del 1570.
Inventio Fortunata era già sparito da un secolo quando i primi geografi e navigatori del quattrocento si misero disperatamente alla sua ricerca e, dopo il 1570, anche dell'Itinerarium di Cnoyen si perse ogni traccia. Ancora più enigmatico è Gestae Arthur, di cui siamo a conoscenza solo grazie a questa lettera.
Se non fosse per lo spessore del mittente - e del destinatario - si potrebbe accantonare il tutto come le farneticazioni di due pazzi ma qui si tratta del più grande cartografo in assoluto che scrive a uno dei maggiori scienziati dell'epoca.
Quanto all'identità del misterioso francescano che visitò il nuovo mondo durante il regno di Edoardo III (1312-1377) non se ne sa molto, Hakluyt, tirando ad indovinare, mette in relazione il frate della nostra storia con Nicholas of Lynn solo perché nominato nel Trattato sull'astrolabio di Chaucer.
Il manoscritto (Cotton MS, Vitellius C. VII), danneggiato dal fuoco, è conservato al British Museum ed è stato reso noto al pubblico grazie ad un articolo di Eva G. R. Taylor su Imago Mundi del 1956.

 

Letto 5448 volte Ultima modifica il Lunedì, 03 Febbraio 2014 11:47
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