• Inventio Fortunata

    Re Artù scoprì l'America? La domanda può apparire bizzarra, così come la storia che ci condurrà a questa conclusione azzardata Leggi tutto
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Domenica, 02 Febbraio 2014 13:18

Ut novi orditur

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"Secoli bui" fu un'espressione coniata da Petrarca per indicare la tarda antichità. In particolare Petrarca si riferiva alla decadenza letteraria e intellettuale dalla fulgida grandezza dell'antichità classica. Gli studiosi del primo medioevo hanno preso in prestito quest'espressione e ne hanno alterato il significato intendendo per "buio" la mancanza o la scarsità di fonti scritte per la storia di quel periodo.

Nella fitta oscurità, comunque la si intenda, che avvolge la Britannia del VI secolo, Gildas appare come un faro nella tempesta.
Fin da quando la Britannia era entrata a far parte della sfera d'influenza dell'Impero Romano, la sua storia fu documentata; tralasciando la bassa propaganda di Cesare e cominciando da Tacito, genero del governatore Agricola che quasi riuscì a conquistarla per intero e finendo con Ammiano Marcellino che cita gli eventi come appendice alla campagna di Gallia dell'Augusto Giuliano.
Dopo la ribellione di Magno Massimo, quella di Eugenio e quella di Costantino III, Roma perse ogni influenza sull'isola e da allora fu il buio.
Nel VI secolo da questa profonda oscurità emerge lo scritto di un monaco: Gildas. Se lui non avesse messo per iscritto il suo sfogo, probabilmente non sapremmo assolutamente nulla di nulla della Britannia di quel secolo.


Qualcuno l'ha ribattezzata "De Excidio et Conquestu Britanniae" ma al tempo di Glidas la conquista era tutt'altro che scontata e "De Excidio Britanniae" è da preferire come titolo.
Non è una cronaca né una storia nel senso classico del termine, è un pamphlet di denuncia. Dopo un breve riassunto delle vicende che avevano portato allo stato dei fatti, Gildas fa nomi e cognomi, elenca crimini, svela segreti e minaccia il castigo divino per coloro che hanno ridotto la Britannia in quello stato.
Nessuno si salva, non ci sono eroi; una volta c'era Ambrosio Aureliano ma ora anche i suoi discendenti sono dei degenerati.
Tuttavia l'attenzione dei più si concentra su quello che non dice piuttosto che su quello che dice. Torme di studiosi si interrogano sul perché Gildas non faccia parola di Artù, temendo il fatto che la mancata menzione dia adito al sospetto che il Re che fu e che sarà, in realtà, non sia mai stato.
Sarebbe meglio, invece, fare attenzione a quello che scrive e a come lo scrive, ma soprattutto a quando lo scrive.

Lontano da quel buio che immaginava Petrarca, Gildas usa un latino lontano dai gusti classici ma, nondimeno, corretto, poetico e infarcito di citazioni colte, non solo dalle sacre scritture come ci si potrebbe aspettare da un monaco. Sulla storia fino al IV secolo è impreciso, si confonde sulla costruzione dei valli, ma sulla storia del V cita documenti, usa termini tecnici e giuridici, ed è spesso sarcastico nel criticare i suoi compatrioti usando le loro stesse parole per metterle in bocca ai nemici e ottenere effetti grotteschi di sarcasmo.
Sarcasmo e riprovazione che usa a piene mani nel descrivere i cinque "tiranni" suoi contemporanei arrivando a storpiarne il nome per meglio prendersene gioco.
Maelgwn lo conosce personalmente, di Aurelio "Canino" conosce bene crimini che potevano essere a conoscenza solo della sua cerchia più ristretta di familiari o servitori di palazzo. E si potrebbe continuare a lungo.
Poter datare tutta questa massa d'informazioni sarebbe fondamentale e il primo passo utile sarebbe quello di conoscere il periodo esatto in cui Gildas scrisse la sua invettiva.

Qui Gildas riesce a prendersi gioco anche di noi perché, durante la narrazione, parlando dell'assedio del monte Badonicus, ci comunica la data precisa in cui scrive collegandola proprio a quella della famosa battaglia - che Nennio collega a sua volta indissolubilmente al suo protagonista, Artù.
Il problema è che l'espressione che usa è nebulosa tanto da far pensare a un errore di trascrizione:

usque ad annum obsessionis badonici montis, nouissimaeque ferme de furciferis non minimae stragis, quique quadragesimus quartus ut noui orditur annus mense iam uno emenso, qui et meae natiuitatis est...

"ut novi orditur annus" risulta privo di un senso logico, "nouissimaeque" può essere inteso come recentissima o come l'ultima di una serie, "mae natiuitatis" può significare compleanno ma anche nascita. Così i quarantaquattro anni non si sa bene da dove contarli; Sono passati quarantaquttro anni dalla bataglia di Baedan? Gildas ha quarantaquattro anni quando scrive?

Gli studiosi si appigliano ad altre parti del testo per tirare fuori una data, così Barbieri, nel suo bellissimo saggio disponibile sul sito Vortigern Studies, trova in una frase il riferimento alla pace stipulata da Giustiniano con i Persiani nel 562 correndo il rischio di scambiare quella pace per un provvedimento analogo di Teodosio del 347:

etenim reges romanorum cum orbis imperium obtinuisset subiugatisque finitimis quibusque regionibus uel insulis orientem uersus primam parthorum pacem indorum confinium...

Tuttavia non voglio lasciare in sospeso l'enigma e proverò a dare una risposta per quanto basata soltanto su una mia sensazione.
Gildas non avrebbe mai aggiunto un riferimento tanto personale come quello alla sua nascita se questa data non fosse stata singolare ai suoi occhi. Così i quarantaquattro anni e un mese sono da intendersi come trascorsi dal giorno della sua nascita e non dalla battaglia. E quale evento potrebbe essere più singolare di essere nato il primo giorno del nuovo secolo, quando l'ordito degli anni viene disfatto per essere intessuto di nuovo?
Gildas potrebbe dunque essere nato il primo gennaio del 500 e aver scritto il paragrafo riguardante la battaglia di Baedan i primi di febbraio del 544.
Con questa data precisa in mente possiamo fermare il quadro della politica in Britannia nella primavera del 544 AD:
• Vortipor di Demetia è un uomo anziano. Il cattivo figlio di un buon Re (Agricola). La Demetia è senza dubbio all'odierno Dyfed.
• Costantino di Dummonia fa credere di essere morto, ma Gildas sa che è vivo e si sta nascondendo; non molto tempo prima ha assassinato due giovani principi in chiesa di fronte alla loro madre. Dummonia può significare sia l'odierna Cornovaglia che l'omonimo regno britanno in Armorica.
• Aurelio "Caninus" è giovane; sbandato e senza guida a causa della morte di suo padre e dei suoi fratelli, periti tentando imprese vanagloriose.
• Cynglas è un uomo maturo ma non anziano, il suo territorio non è ben definibile.
• Maelgwn del Gwynnedd ha già depredato i parenti del proprio regno e si fa chiamare "drago dell'isola", anche se Gildas lo evidenzia per ridicolizzarne la pretesa, come fosse illegittima.

E Re Artù? Dov'è colui che ha dato il nome all'intera era?

Un altro passaggio dello scritto in cui Gildas accenna a cose che lo riguardano è quello che accusa Maelgwn di aver tradito gli insegnamenti del "maestro di stile di quasi tutta la Britannia" in cui lascia trasparire ammirazione per quello che, senza dubbio, fu anche il maestro Gildas e che molti identificano in Sant'Iltud.
Questo colloca Gildas alla scuola di Illtud a Llantwit Major.
Gildas descrive i tiranni di tutti i regni vicini meno il proprio, la Siluria. Lascio a voi ogni ulteriore speculazione in merito.

 

Letto 3097 volte Ultima modifica il Lunedì, 03 Febbraio 2014 11:48
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Sull'autore

Diego Luci fin da bambino sviluppa la passione per la lettura e, soprattutto, per la storia, vuoi in forma di romanzo, saggio o biografia. Assecondando altre inclinazioni, come la musica e la fotografia, si dedica con particolare entusiasmo alla Guerra Civile Americana e alla storia delle Isole Britanniche.

Si diploma portando come dissertazione d'esame Tolkien e la mitologia alla base delle sue opere e, poi, si laurea in Politica Internazionale all'Università di Pisa con una tesi sugli aspetti navali della guerra civile americana. Ancora oggi  continua la sua ricerca sulla Britannia arthuriana.

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